CARAMANICO TERME (PE). Almeno tremila ettari di bosco di faggio ricadenti nel territorio del Parco della Maiella sono andati in fumo in questi giorni. Dalla parte bassa, a circa 400 metri sul livello del mare, in territorio di Serramonacesca, le fiamme si sono allargate a Roccamorice, Lettomanoppello, arrivando fino a Caramanico e risalendo il versante nord della Maiella fino alla quota di 1600 metri.
«Uno scempio di immense proporzioni, che ha cancellato una delle zone della montagna più interessanti dal punto di vista ambientale». Lo sostiene il direttore del Parco Nazionale della Maiella, Nicola Cimini. Che aggiunge: «A Lettomanoppello è stata ridotta in cenere la pineta Cerratina, mentre a Roccamorice la faggeta che dal Vallone di Santo Spirito arriva fino a Macchia Coco».
Dottor Cimini, ci sono rimedi immediati che possono risanare questa ferita?
«C’è un aspetto da evidenziare. Le fiamme si sono espanse per lingue di fuoco, violente, rapide, ma superficiali e questo depone a nostro favore. Significa che non sono stati distrutti gli strati bassi del terreno dove si conserva l’umidità e gli umori del bosco che possono ridare nuova vita. Ciò che invece è accaduto nella zona a pineta che non ha questo humus di sottobosco. Non possiamo sperare che in tre mesi rivediamo il verde, ma credo che già dalla prossima primavera quell’ambiente potrà nuovamente riprendere vita, poiché la microflora non è andata persa».
Quanti e quali danni sono stati arrecati alla fauna?
«I grandi animali, come lupi, orsi, caprioli, cervi, hanno avuto tutto il tempo di scappare e trovare rifugio in altri areali. La micro fauna è stata distrutta, ma non ci dovrebbero essere problemi, viste le condizioni dello strato superficiale del terreno, a riprendere la ricolonizzazione».
Un territorio di così grande estensione rimasto nudo non è soggetto all’erosione superficiale e ai dissesti?
«Questa è una seria minaccia. Già ieri nell’Eremo di Santo Spirito a Roccamorice, un grande masso di circa 30 quintali si è staccato improvvisamente dalla roccia e si è abbattuto nel piazzale antistante la chiesa. Se ci fossero state delle persone sarebbero state investite sicuramente. La conseguenza del dissesto ci deve invitare a riflettere e a vedere la montagna con occhi diversi. Frequentare cioè solo i luoghi sicuri, individuare i punti critici e intervenire per evitare catastrofi».
E come?
«Dobbiamo imparare a guardare le zone protette non solo dal punto di vista dell’emergenza. Ci si deve organizzare. Il Parco sta pensando di destinare fondi all’acquisto di attrezzi e alla formazione di squadre per bonificare il territorio, ma occorre anche una coscienza civica. Ogni paese a esempio dovrebbe avere squadre organizzate di prevenzione che segnalino i principi di’incendio e mezzi da usare immediatamente per lo spegnimento».
Quale comportamento dovrà assumere il visitatore o il turista nelle aree protette?
«A parte quello di non accendere fuochi, evitare di andare con le macchine sulle parti verdi poiché, come ha avvertito Bertolaso, le marmitte catalitiche sono potenti inneschi di incendio. Bisogna ripensare anche la fruibilità di queste zone in relazione alla viabilità».
Compito delle Istituzioni?
«E’ quello di potenziare gli organismi preposti alla salvaguardia. Mi sia consentito di rivolgere un ringraziamento al Corpo Forestale dello Stato che ha fatto l’impossibile per contenere i danni».