POESIE
LE LIRICHE PIU' BELLE DEDICATE
AGLI ANIMALI

C'è
qualcosa di peggio
di Franco Libero Manco
C'è qualcosa di peggio dei morsi della fame, della miseria di un
popolo,
di
una devastante epidemia.
C'è qualcosa di peggio di una foresta che
brucia,
di un cataclisma naturale, di una guerra nucleare.
C'è qualcosa di
peggio
perfino della morte e della negazione stessa di Dio: è avere un
animo
insensibile all'altrui sofferenza. Questa è la vera causa di ogni
ingiustizia, di ogni dolore e di ogni sventura universale.
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Ode
alla Vita
di
Pablo Neruda
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia, chi non rischia
e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Lentamente muore chi fa della televisione il suo guru.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e
i puntini sulle i piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un
sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova la grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio,
chi non si lascia aiutare.
Muore lentamente chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce .
Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivi
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore
del semplice fatto di respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà
al raggiungimento di una splendida felicità.
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IO DENUNCIO
di Franco Libero Manco
Io
denuncio al tribunale della vita tutti coloro che
traggono vantaggi
dallo sfruttamento dei più deboli e se ne infischiano
della sofferenza del prossimo.
Io
denuncio al tribunale della vita
i
profanatori della purezza, i predatori dell’innocenza,
gli iconoclasti
della bellezza verginale del creato.
Io
denuncio al tribunale della vita
il
silenzio assassino dei mezzi di informazione,
che tacciono sull’olocausto degli animali
nei campi di sterminio dei mattatoi, nelle concerie, nei
boschi, nei mari.
Io
denuncio al tribunale della vita
la
congiura dei potenti contro la civiltà dell’amore,
l’oltraggio perpetrato nei secoli
contro la fratellanza biologica universale.
Io
denuncio
al
tribunale della vita i vivisettori, questi esseri oscuri
ed infernali
nemici della scienza e della verità.
Non è il cuore o l’intelletto
che governa la vita di questa gente spregevole
ma
l’egoismo, il denaro e la più avida ambizione.
Sia maledetto chi diffonde la menzogna, chi tortura un
animale indifeso,
chi disprezza l’altrui sofferenza, chi uccide la
speranza
di
un mondo migliore.
Io
davanti a questi esseri spregevoli
sputo per terra e li condanno all’ostracismo a vita
dalla civiltà e dalla giustizia.
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Al mio cane
di
Evgenij Aleksandrovic Evtusenko
Ficcando il naso nero nel vetro,
il cane aspetta, aspetta sempre qualcuno.
Infilo la mano nel suo pelo,
io pure aspetto qualcuno.
Ricordi, cane, c'è stato un tempo
quando una donna abitava qui.
E chi era essa per me?
Forse una sorella, una moglie forse,
e forse, talvolta, sembrava una figlia
a cui dovevo il mio aiuto.
Essa è lontana... Ti sei fatto zitto.
Più non ci saranno altre donne qui.
Mio bravo cane, sei bravo in tutto,
ma che peccato che tu non possa bere!
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I Gatti
di Charles Baudelaire
I
fervidi innamorati e gli austeri dotti amano ugualmente,
nella loro età matura, i gatti possenti e dolci,
orgoglio
della casa, come loro freddolosi e sedentari.
Amici della scienza e della voluttà, ricercano il
silenzio e
l'orrore delle tenebre; l'Erebo li avrebbe presi per
funebri
corsieri se mai avesse potuto piegare al servaggio la
loro fierezza.
Prendono,
meditando, i nobili atteggiamenti delle grandi
sfingi allungate in fondo a solitudini, che sembrano
addormirsi in un sogno senza fine:
le
loro reni feconde sono piene di magiche scintille e di
frammenti aurei; come sabbia fine scintillano vagamente
le loro pupille mistiche.
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LIBERTÀ
di Victor Hugo
Con
qual diritto mettete gli uccelli in gabbia?
Con quale diritto togliete questi cantori alle macchie,
alle sorgenti, all'aurora, ai nembi, ai venti che son di
loro?
Con quale diritto rubate la vita a questi viventi?
Uomo, credi tu che Dio, questo Padre, faccia nascere
l'ala per appenderla al chiodo della tua finestra?
Non puoi tu vivere felice senza questo?
Che cosa han fatto dunque quei poveri innocenti
per stare in prigione col loro nido e la loro compagna?
Date la chiave dei campi a tutti questi reclusi!
Ai
campi i rosignoli, ai campi le rondini.
Le
anime sconteranno il male che si fa alle ali:
La
bilancia invisibile ha due piatti oscuri.
Abbiate cura delle gabbie di cui ornate le vostre
pareti!
Le
gabbie dorate non sono che nere graticole.
La
sinistra uccelliera genera le Bastiglie.
Rispettate i dolci passeggeri dell’aria, dei prati, dei
mari!
Tutta la libertà non si sottrae agli uccelli:
un
giusto e crudo destino la riprende agli uomini.
Noi abbiamo i
tiranni perché tiranni siamo.
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La mucca
di Sergej Esenin
Decrepita, senza più denti,
sulle corna il volume degli anni,
la percuote l’uomo violento
lungo i campi e lungo gli stagni.
L’anima è aliena al
rumore
mentre le talpe raspan nei campi,
in cuore essa medita ancora
al vitello dai piedi bianchi.
Le
hanno tolto la sua creatura,
le han negato la gioia più bella.
Su un pertica oscilla alla furia
del vento la povera pelle.
Presto nei campi silvestri,
come hanno fatto al vitello,
le metteranno il capestro
e la condurranno al macello.
Le
corna con un lamento
si pianteran nel terreno.
Essa sogna boschetti lucenti,
pascoli grassi e sereni.
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La cagna
di Sergej Esenin
Al
mattino nel granaio
Dove biondeggiano le stuoie in fila,
una cagna figliò sette,
sette cuccioli rossicci.
Sino a sera li carezzava
pettinandoli con la lingua
e la neve disciolta colava
sotto
il suo caldo ventre.
Ma a sera, quando le galline
si rannicchiano sul focolare,
venne il padrone accigliato
e tutti e sette li mise in un sacco.
Essa correva sui mucchi di neve
durando fatica a seguirlo.
E così a lungo, a lungo tremolava
lo specchio dell’acqua non ghiacciata.
E quando tornò trascinandosi appena,
leccando il sudore dai fianchi,
la luna sulla capanna le parve
uno dei suoi cuccioli.
Guardava l’azzurro del cielo
con striduli guaiti,
ma la luna sottile scivolava
e si celò nei campi dietro il colle.
E sordamente, come quando in dono
le si butta la pietra per gioco,
la cagna rotolò i suoi occhi
come stelle d’oro nella neve.
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QUESTIONE DI
RAZZA
di Trilussa
-Che cane buffo! E dove l' hai trovato? -
Er vecchio me rispose: -é brutto assai,
ma nun me lascia mai: s' é affezzionato.
L' unica compagnia che m' é rimasta,
fra tanti amichi, é ' sto lupetto nero:
nun é de razza, é vero,
ma m' é fedele e basta.
Io nun faccio questioni de colore:
l' azzioni bone e belle
vengheno su dar core
sotto qualunque pelle.
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'A
gatta d' 'o palazzo
di Eduardo De Filippo
Trase p' 'a
porta,
pè nu fenestiello,
pè na fenesta, si t' 'a scuorde aperta,
quanno meno t' 'aspiette.
Pè copp'
'e titte,
da na loggia a n'ata,
se ruciulèa pè dint' 'a cemmenera.
E manco te n'adduone
quann'è trasuta:
Pè copp' 'o curnicione
plòffete!, int' 'o balcone,
e fa colazione
dint' 'a cucina toia.
È 'a gatta
d' 'o palazzo.
Padrone nun ne tene.
Nunn' è c ' 'a vonno male,
ma essa 'o ssape
che manc' 'a vonno bene.
Te guarda
cu dduie uocchie speretate:
lèsa.
N'ha avute scarpe appresso e ssecutate.
È mariola!
Ma 'a povera bestiella, c'adda fa?
È maríola pecché vò mangià.
È mariola...
Chest' 'o ddíce a' ggente;
ma i' nun ce credo, pecché, tiene mente:
tu lasse int' 'a cucina, che ssaccio...
nu saciccio.
Làsselo
arravugliato
dint' a na bella carta 'e mille lire.
Tuorne 'a matina:
'a mille lire 'a truove, che te crire?
Nzevata. Ma sta llà.
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Ode
al cane
di Pablo Neruda
Il cane mi domanda
e non rispondo.
Salta, corre pei campi e mi domanda
senza parlare
e i suoi occhi
sono due richieste umide, due fiamme
liquide che interrogano
e io non rispondo,
non rispondo perché
non so, non posso dir nulla.
In campo aperto andiamo
uomo e cane.
Brillano le foglie come
se qualcuno le avesse baciate
a una a una,
sorgono dal suolo tutte le arance
a collocare piccoli planetari
su alberi rotondi
come la notte, e verdi,
e noi, uomo e cane, andiamo
a fiutare il mondo, a scuotere il trifoglio,
nella campagna cilena,
fra le limpide dita di settembre.
Il cane si ferma,
insegue le api,
salta l'acqua trepida,
ascolta lontanissimi latrati,
orina sopra un sasso,
e mi porta la punta del suo muso,
a me, come un regalo.
E' la sua freschezza affettuosa,
la comunicazione del suo affetto,
e proprio lì mi chiese
con i suoi due occhi,
perchè
è giorno, perchè verrà la notte,
perchè la primavera
non portò nella sua canestra
nulla
per i cani randagi,
tranne inutili fiori,
fiori, fiori e fiori.
E così m'interroga il cane
e io non rispondo.
Andiamo uomo e cane uniti
dal mattino verde,
dall'incitante solitudine vuota nella quale solo noi
esistiamo,
questa unità fra cane con rugiada
e il poeta del bosco,
perchè non esiste l'uccello nascosto,
ne' il fiore segreto, ma solo trilli e profumi
per i due compagni:
un mondo inumidito dalle distillazioni della notte,
una galleria verde e poi un gran prato,
una raffica di vento aranciato,
il sussurro delle radici,
la vita che procede,
e l'antica amicizia,
la felicità
d'essere cane e d'essere uomo trasformata
in un solo animale
che cammina muovendo
sei zampe
e una coda
con rugiada.
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Ode al gatto
di Pablo Neruda
Gli animali furono imperfetti
lunghi di coda
plumbei di testa
piano piano si misero in ordine
divennero paesaggio
acquistarono nèi grazia volo
il gatto
soltanto il gatto
apparve completo
e orgoglioso
nacque completamente rifinito
cammina solo
e sa quello che vuole
l’uomo
vuole essere pesce e uccello
il serpente vorrebbe avere ali
il cane è un leone spaesato
l’ingegnere vuol essere poeta
la mosca studia per rondine
il poeta cerca di imitare la mosca
ma il gatto
vuol solo essere gatto
ed ogni gatto è gatto
dai baffi alla coda
dal fiuto al topo vivo
dalla notte fino ai suoi occhi d’oro
non c’è unità come la sua
non hanno
la luna o il fiore
una tale coesione
è una sola cosa
come il sole o il topazio
e l’elastica linea del suo corpo
salda e sottile
è come la linea della prua
di una nave
i suoi occhi gialli
hanno lasciato una sola fessura
per gettarvi le monete della notte
oh piccolo
imperatore senz’orbe
conquistatore senza patria
minima tigre da salotto
nuziale sultano del cielo
dalle tegole erotiche
il vento dell’amore
all’aria aperta
reclami
quando passi e posi
quattro piedi delicati
sul suolo
fiutando
diffidando
di ogni cosa terrestre
perchè tutto
è immondo
per l ‘immacolato piede del gatto
oh fiera indipendente della casa
arrogante vestigio della notte
neghittoso ginnastico
ed estraneo
profondissimo gatto
poliziotto segreto delle stanze
insegna di un irreperibile velluto
probabilmente non c’è enigma
nel tuo contegno
forse non sei mistero
tutti sanno di te ed appartieni
all’abitante meno misterioso
forse tutti si credono padroni
proprietari parenti di gatti
compagni colleghi
discepoli o amici
del proprio gatto
io no
io non sono d’accordo
io non conosco il gatto
so tutto
la vita e il suo arcipelago
il mare e la città incalcolabile
la botanica
il gineceo coi suoi peccati
il per e il meno della matematica
gli imbuti vulcanici del mondo
il guscio irreale del coccodrillo
la bontà ignorata del pompiere
l’atavismo azzurro del sacerdote
ma non riesco a decifrare un gatto
sul suo distacco la ragione slitta
numeri d’oro
stanno nei suoi occhi
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Dick
di Antonio De Curtis
in arte TOTO'
Tengo
'nu cane ch'è fenomenale,
se chiama "Dick", 'o voglio bene assaie.
Si perdere l'avesse? Nun sia maie!
Per me sarebbe un lutto nazionale.
Ll 'aggio crisciuto comm'a 'nu
guaglione,
cu zucchero, biscotte e papparelle;
ll'aggio tirato su cu 'e mmullechelle
e ll'aggio dato buona educazione.
Gnorsì, mo è gruosso.È
quase giuvinotto.
Capisce tutto... Ile manca 'a parola.
È cane 'e razza, tene bbona scola,
è lupo alsaziano,è polizziotto.
Chello ca mo ve conto è
molto bello.
In casa ha stabilito 'a gerarchia.
Vo' bene ' a mamma ch'è 'a signora mia,
e a figliemo isso 'o tratta da fratello.
'E me se penza ca lle songo 'o pate:
si 'o guardo dinto a ll'uocchiemme capisce,
appizza 'e rrecchie, corre, m'ubbidisce,
e pe' fa' 'e pressa torna senza fiato.
Ogn'anno, 'int'a ll'estate,
va in amore,
s'appecundrisce e mette 'o musso sotto.
St'anno s'è 'nnammurato 'e na basotta
ca nun ne vo' sapè: nun è in calore.
Povero Dick, soffre 'e che
manera!
Porta pur'isso mpietto stu dulore:
è cane, si ... . ma tene pure 'o core
e 'o sango dinto 'e vvene... vo 'a mugliera...
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Bianchina
Bianchina
di Antonio De Curtis
in arte TOTO'
Io
stongo 'e casa a 'o vico Paraviso
tengo tre stanze all'urdemo piano,
int' 'a stagione, maneche e 'ncammisa,
mmocca nu miezo sigaro tuscano,
mme metto for' 'a loggia a respirà.
Aiere
ssera, quase a vintun'ora,
mentre facevo 'a solita fumata,
quanno mme sento areto nu rummore:
nu fuja-fuja... na specie 'e secutata...
Mm'avoto 'e scatto e faccio: "Chi va là?".
Appizzo
ll'uocchio e veco 'a dint' 'o scuro
Bianchina, ferma 'nnanze a nu pertuso
'e chesta posta! Proprio sott' 'o muro.
Ma dato ch'era oscuro... era confuso,
non si vedeva la profondità.
St'appustamento
ca faceva 'a gatta,
a ddì la verità, mme 'ncuriosette...
Penzaie:"Ccà nun mme pare buono 'o fatto:
e si Bianchina 'e puzo nce ne mette,
vuol dire qualche cosa nce adda stà".
E,
comme infatti, nun m'ero sbagliato:
dentro al pertuso c'era un suricillo
cu ll'uocchie 'a fore... tutto spaventato,
...'o puveriello nun era tranquillo,
pensava: Nun m' 'a pozzo scapputtià.
Tutto
a nu tratto 'o sorice parlaie
cu na parlata in italiano puro:
"Bianchina, ma perchè con me ce l'hai?
Smettila, via, non farmi più paura!".
Dicette 'a gatta: "I' nun mme movo 'a ccà!".
"Pietà,
pietà, pietà! Che cosa ho fatto?".
E s'avutaie 'e botto 'a parte mia:
«Signore, per piacere, dica al suo gatto
che mi lasciasse in pace e così sia!".
"Va bene, va', Bianchì... lascelo stà!".
"Patrò,
trasitevenne 'a parte 'e dinto,
che rispunnite a ffà mmiezzo a sti fatte?
Stu suricillo ca fa 'o lindo e pinto,
mme ll'aggia spiccià io ca songo 'a gatta,
si no ccà 'ncoppa che ce stongo a ffà?".
"Va
bene, - rispunnette 'mbarazzato -
veditavella vuie sta questione,
però ccà 'ncoppa nun voglio scenate;
e ricordate ca songh'io 'o padrone
e si rispetta l'ospitalità".
"E
inutile che staje dint' 'o pertuso,
-'a gatta lle dicette - chesta è 'a fine...
Si cride 'e te scanzà, povero illuso!
He fatto 'o cunto ma senza Bianchina...
Songo decisa e nun mme movo 'a ccà!".
"Pietà
di me! Pietà, Bianchina bella!".
Chiagneva e 'mpietto lle tremava 'a voce,
cosa ca te faceva arriccià 'a pella.
Povero suricillo, miso 'ncroce
senza speranza 'e se pute salvà!
"Va
buo', pe chesta vota, 'izela 'a mano,
cerca d' 'o fà fui stu suricillo,
chello ca staje facenno nun à umano,
te miette 'ncuollo a chi à cchiù piccerillo...
Embe, che songo chesti nnuvità?".
"'0
munno è ghiuto sempe 'e sta manera:
'o pesce gruosso magna 'o piccerillo
(mme rispunnette 'a gatta aiere ssera).
Pur'io aggio perduto nu mucillo
mmocca a nu cane 'e presa; ch'aggia fà?".
"Ma
cosa c'entro io con quel cagnaccio!
Anch'io ho una mammina che mi aspetta:
Gesù Bambino, più non ce la faccio!
Nella mia tana vo' tornare in fretta;
se non mi vede mamma mia morrà"»
'0
suricillo già vedeva 'a morte
e accumminciaie a chiagnere a dirotto,
'o core lle sbatteva forte forte,
e p' 'a paura se facette sotto.
Mm'avoto e faccio 'a gatta: "Frusta llà!".
'A
gatta se facette na resata,
dicette: "E se po' iate int' 'a cucina
e truvate 'o formaggio rusecato,
pecché po' v' 'a pigliate cu Bianchina?
Chisto è 'o duvere mio... chesto aggia fà!".
In
fondo in fondo, 'a gatta raggiunava:
si mm' 'a tenevo in casa era p' 'o scopo;
dicimmo 'a verità, chi s' 'a pigliava
si me teneva 'a casa chiena 'e topi?
Chiaie 'e spalle e mme jette a cuccà!
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Sarchiapone e Ludovico
di Antonio De Curtis
in arte TOTO'
Teneva diciott'anne Sarchiapone,
era stato cavallo ammartenato,
ma... ogne bella scarpa nu scarpone
addeventa c' 'o tiempo e cu ll'età.
Giuvinotto pareva n'inglesino,
uno 'e chilli cavalle arritrattate
ca portano a cavallo p' 'o ciardino
na signorina della nobiltà.
Pronto p'asc'i sbatteva 'e ccianfe 'nterra,
frieva, asceva 'o fummo 'a dint' 'o naso,
faville 'a sotto 'e piere, 'o ffuoco! 'A guerra!
S'arrevutava tutt' 'a Sanità.
Ma... ogni bella scarpa nu scarpone
c' 'o tiempo addeventammo tutte quante;
venette pure 'o turno 'e Sarchiapone.
Chesta è la vita! Nun ce sta che ffà.
Trista vicchiaja. Che brutto destino!
Tutt' 'a jurnata sotto a na carretta
a carrià lignammo, prete, vino.
"Cammina, Sarchiapò! Cammina, aah!".
'0 carrettiere, 'nfamo e disgraziato,
cu 'a peroccola 'nmano, e 'a part' 'o gruosso,
cu tutt' 'e fforze 'e ddà sotto 'o custato
'nfaccia 'a sagliuta p' 'o fà cammenà.
A stalla ll'aspettava Ludovico,
nu ciucciariello viecchio comm' a isso:
pe Sarchiapone chisto era n'amico,
cumpagne sotto 'a stessa 'nfamità.
Vicino tutt' 'e ddute: ciuccio e cavallo
se facevano 'o lagno d' 'a jurnata.
Diceva 'o ciuccio: "I' nce aggio fatto 'o callo,
mio caro Sarchiapone. Che bbuò fà?
lo te capisco, tu te si abbeluto.
Sò tutte na maniata 'e carrettiere,
e, specialmente, 'o nuosto,è 'o cchiù cornuto
ca maie nce puteva capità.
Sienteme bbuono e vide che te dico:
la bestia umana è un animale ingrato.
Mm' he a credere... parola 'e Ludovico,
ca mm' è venuto 'o schifo d' 'o ccampà.
Nuie simmo meglio 'e lloro, t' 'o ddico io:
tenimmo core 'mpietto e sentimento.
Chello ca fanno lloro? Ah, no, pe ddio!
Nisciuno 'e nuie s' 'o ssonna maie d' 'o ffà.
E quanta vote 'e dicere aggio 'ntiso:
"'A tale ha parturito int' 'a nuttata
na criatura viva e po' ll'ha accisa.
Chesto na mamma ciuccia nun 'o ffà!".
"Tu che mme dice Ludovico bello?!
Overo 'o munno è accussi malamente?".
"E che nne vuo sapè, caro fratello,
nun t'aggio ditto tutta 'a verità.
Tu si cavallo, nobile animale,
e cierti ccose nun 'e concepisce.
I' so plebbeo e saccio tutt' 'o mmale
ca te cumbina chesta umanità".
A sti parole 'o ricco Sarchiapone
dicette: "Ludovì, io nun ce credo!
I' mo nce vò, tenevo nu padrone
ch'era na dama, n'angelo 'e buntà.
Mm'accarezzava comm'a nu guaglione,
mme deva 'a preta 'e zucchero a quadrette;
spisse se cunzigliava c' 'o garzone
(s'io stevo poco bbuono) ch' eva fà".
"Embè! - dicette 'o ciuccio - Mme faie pena.
Ma comme, tu nun l'he capito ancora?
Si, ll'ommo fa vedè ca te vò bbene
è pe nu scopo... na fatalità.
Chi pe na mano, chi pe n'ata mano,
ognuno tira ll'acqua al suo mulino.
So chiste tutte 'e sentimente umane:
'a mmiria, ll'egoismo, 'a falsità.
'A prova è chesta, caro Sarchiapone:
appena si trasuto int' 'a vicchiaia,
pe poche sorde, comme a nu scarpone,
t'hanno vennuto e si caduto ccà.
Pe sotto a chillu stesso carruzzino
'o patruncino tuio n'atu cavallo
se ll' è accattato proprio stammatina
pe ghi currenno 'e pprete d' 'a città".
'0 nobbile animale nun durmette
tutt' 'a nuttata, triste e ll'uocchie 'nfuse,
e quanno avette ascì sott' 'a carretta
lle mancavano 'e fforze pe tirà.
"Gesù, che delusione ch'aggio avuto!"-
penzava Sarchiapone cu amarezza.
"Sai che ti dico? Ll'aggia fa fernuta,
mmiezo a sta gente che nce campo a ffà?"
E camminanno a ttaglio e nu burrone,
nchiurette ll'uocchie e se menaie abbascio.
Vulette 'nzerrà 'o libbro Sarchiapone,
e se ne jette a 'o munno 'a verità.
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Assenza
di Luciano Somma
La tua presenza
colmava il vuoto
della mia oziosa solitudine
spesso mi contrariava
il tuo lungo abbaiare
che mi manca
mostravi tutta la tua gratitudine
stendendoti ai miei piedi
mi contemplavi
percependo a volte le mie azioni
ci capivamo
nell'incrociarsi dei nostri sguardi
e ci ritrovavamo
nel nostro mondo
forse
non ero solamente il tuo padrone
ma il vero amore
oggi non ci sei più
la tua specie meticcia
si e' dissolta
uguale agli altri
nella nuda terra
per me
sei una ferita aperta
nel ricordo
dentro al mio vuoto
nel ripiombato abisso
d'un'altra e più profonda
solitudine.
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‘O bbene ‘e nu cane
di Luciano
Somma
E’ ‘o meglio amico,’o
meglio cunfidente,
me sape fa’ na bbona cumpagnia;
quanno le parlo isso me tene mente
appizza ‘e rrecchie e guarda ‘a faccia mia.
‘Stanotte, all’intrasatto,m’ha
parlato,
napulitano cchiu’ ‘e nu vasciajuolo,
e i’ so’ rimasto tanto ‘mpressiunato
che d’’a paura sto’ tremmanno ancora.
M’ha ditto:Neh,padro’,quanto
si fesso
a nun capi’ ca ‘o munno e’ malamente,
te lusinghe ‘e sta’ ‘nzieme ‘a ggente onesta
e’ invece songhe ‘a scumma d’’e fetiente.
Ormaje ha perzo ‘e lumme
d’’a raggione
e va facenno sulo scemita’;
addo’ sta’ cchiu’ nu pizzeco ‘e passione
nu surzo ‘e sentimento,’e carita’?
Io so’ nu cane ‘e
razza!Cane ‘e caccia!
Ma nun levo ‘o saluto a nu bastardo
‘o dongo l’osse meie e nun ‘o scaccio
me putarria magna’ mentr’isso guarda?
‘E vvote tu me vatte e io
te perdono
dimme,che ce vulesse a muzzeca’?
Vuje uommene ‘o tenite chistu dono?
V’’a putite scurda’ na ‘nfamita’?
Vall’a truva’ ‘ncopp’a sta
terra n’ommo
ca se facesse accidere pe’ nato;
invece io te pruteggo pure ‘o suonno
e zompo ‘ncuollo a chi cu tte’ ha sgarrato.
Padro’,pircio’ perdoname
si ‘e vvote
io faccio cose che n’avessa fa’
ma si pure me lazzarie ‘e mazzate,
io acalo ‘a capa e resto sempe cca’.
Ricuordate: Tu staje dint’a
stu core,
nu core ca nun sape maje ‘nganna’,
e si m’astrigne io ‘nfaccia a tte assaporo,
cu’ n’alleccata,ogni felicita’.
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LE
BBESTIE DER PARADISO TERRESTRE
di
Gioachino Belli
Prima d'Adamo,
senza dubbio arcuno
Er ceto de
le bbestie de llà ffori
Fascéveno una vita da siggnori
Senza dipenne un cazzo da ggnisuno
Ggnente
cucchieri, ggnente cacciatori,
Nò mmascelli, nò bbòtte, nò ddiggiuno...
E rriguardo ar parlà, pparlava oggnuno
Come parleno adesso li dottori.
Venuto però
Adamo a ffà er padrone,
Ecchete l'archibbusci e la mazzola,
Le carrozze e 'r zughillo der bastone.
E cquello è
stato er primo tempo in cui
L'omo levò a le bbestie la parola
Pe pparlà ssolo e avé rraggione lui.
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Er Dolore
di Checco Durante
Su la piazzetta.
quanno arivo' er caro, c'erano 'na ventina de persone:
la nipote der morto, er macellaro, l'ostessa cor droghiere der cantone,
c'era er curato e quarche ficcanaso che s'erano trovati li' pe' caso.
Quanno er caro se mise in movimento ie s'affilarno appresso tutti quanti;
la nipote se mosse co' un lamento, s'asciugo' l'occhi,
s'infilo' li guanti
mentre ognuno sforzava er gargarozzo pe' fa sorti' er rumore d'un
singhiozzo.
Ma tutta st'aria triste e desolata spari' quanno arivorno a la vortata,
e ognuono aricconto' li fatti sui
tanto che a un
certo punto se parlava de tutto quanto, fora che de lui.
Fra tutta que la gente spensierata sortanto un cagnoletto camminava
co n'aria
addolorata: era er cane der morto, poveretto!
Benche' bestia sentiva l'amarezza de perde er su' padrone
e, forse, se scordava der bastone pe' ricordasse solo ogni carezza.
Ar camposanto, quanno furno drento, la nipote rideva cor cugino
e parlaveno der testamento.
- Povero zio, com'e' stato carino!.. Mi ha fatto erede, erede universale!
..
Oh, se ci penso mi ci sento male.. mi pare di vedermelo davanti.. -
Ma appena fu finita la funzione scappo' lei pure, assieme a tutti quanti,
co' un gran sospiro de sodisfazione.
Solo quer cane, que la bestia sola, resto' li' malinconico e abbattuto,
guasi volesse di' quarche parola d'affetto e de saluto.
E forse fu per freddo o fu per vento dall'occhi, in quer momento,
'na lagrima sorti' .. casco' pe' tera: e fu la sola lagrima sincera
"Sulla
piazzetta, quando arrivò il carro, c'erano una ventina di persone:
la nipote del
morto, il macellaio, l'ostessa col droghiere del cantone,
c'era il curato e qualche ficcanaso che s'erano trovati lì per caso.
Quando il caro se mise in movimento gli andarono dietro tutti quanti;
la nipote se mosse con un lamento, si asciugò gli occhi, si infilò i
guanti
mentre ognuno sforzava la gola per far uscire il rumore di un singhiozzo.
Ma tutta quest'aria triste
e desolata sparì quando arivarono alla curva,
e ognuno raccontò i fatti suoi
tanto che a un
certo punto si parlava di tutto quanto, fuorchè di lui.
Fra tutta quella gente spensierata soltanto un cagnoletto camminava
con l'aria
addolorata: era il cane del morto, poveretto!
Benchè la bestia sentiva l'amarezza di perdere il suo padrone
e, forse, si scordava del bastone per ricordarsi solo ogni carezza.
Al camposanto, quando furono dentro, la nipote rideva col cugino
e parlavano del testamento.
- Povero zio, com'è stato carino!.. Mi ha fatto erede, erede universale!
..
Oh, se ci penso mi ci sento
male.. mi pare di vedermelo davanti.. -
Ma appena fu
finita la funzione scappò lei pure, assieme a tutti
quanti,
con un gran sospiro di sodisfazione.
Solo quel cane, quella bestia sola, restò lì
malinconico e abbattuto,
quasi volesse dire
qualche parola d'affetto e di saluto.
E forse fu
per il freddo o fu per il vento dagli occhi, in quel
momento,
una lagrima uscì .. cadde a terra: e fu
la sola lacrima sincera.
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Odissea
Canto XVII
di Omero
...
Ivi il buon cane,
Di turpi zecche pien, corcato stava.
Com'egli vide il suo signor più presso,
E benché tra que' cenci, il riconobbe,
Squassò la coda festeggiando, ed ambe
Le orecchie, che drizzate avea da prima,
Cader lasciò: ma incontro al suo signore
Muover, siccome un dì, gli fu disdetto.
Ulisse, riguardatolo, s'asterse
Con man furtiva dalla guancia il pianto,
Celandosi da Eumèo, cui disse tosto:
"Eumèo, quale stupor! Nel fimo giace
Cotesto, che a me par cane sì bello.
Ma non so se del pari ei fu veloce,
O nulla valse, come quei da mensa,
Cui nutron per bellezza i lor padroni".
E tu così gli rispondesti, Eumèo:
"Del mio re lungi morto è questo il cane.
Se tal fosse di corpo e d'atti, quale
Lasciollo, a Troia veleggiando, Ulisse,
Sì veloce a vederlo e sì gagliardo
Gran maraviglia ne trarresti: fiera
Non adocchiava, che del folto bosco
Gli fuggisse nel fondo, e la cui traccia
Perdesse mai. Or l'infortunio ei sente.
Perì d'Itaca lunge il suo padrone,
Nè più curan di lui le pigre ancelle…
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